Bitches Brew: La rivoluzione di Miles Davis

 

« …più o meno in quel periodo, cominciai a capire che i musicisti rock non sapevano niente della musica. Non la studiavano, non potevano studiare stili differenti, e di leggerla non se ne parlava nemmeno. Ma erano popolari e vendevano un mucchio di dischi perché davano al pubblico un certo sound e quello che voleva ascoltare. Così cominciai a pensare che se loro potevano raggiungere tutta questa gente e vendere tutti quei dischi senza nemmeno sapere che cosa stessero facendo, bene, potevo farlo anch’io e perdipiù meglio. »

Il periodo è il 1970 e il jazz in maniera inconsapevole stava vivendo un’ulteriore evoluzione che pochi erano pronti a comprendere.

Il protagonista è il trombettista Miles Davis e il disco in questione è Bitches Brew.

Bitches Brew è stato prodotto dalla Columbia Records e secondo i più grandi critici musicali è l’album che ha dato vita al nuovo stile musicale chiamato Rock-Jazz oggi conosciuto sotto il nome di Fusion.

Fu un disco talmente particolare, complicato e fuori dagli schemi che riuscì ad arrivare, colpire e avere un enorme successo anche nel pubblico della musica Rock.

Bitches Brew vendette più di mezzo milione di copie e fu il secondo disco più venduto della storia del jazz, dopo Kind of Blue  sempre dello stesso Miles Davis.

« Quello che suonammo per Bitches Brew, sarebbe impossibile scriverlo e farlo suonare ad un’orchestra, ed è per questo che non lo scrissi… »

Era un periodo particolarmente complicato per Miles, che percepiva costantemente l’abitudine e il disinteresse dei suoi fan verso la sua musica, ormai da troppo tempo statica e uguale. Alla Columbia, più precisamente il suo direttore Clive Davis, iniziò a mettere pressione al trombettista statunitense, che era pagato una fortuna dalla casa discografica e da tempo non sfornava nulla di interessante.

«La musica jazz sembrava non andare più di moda alla fine degli anni sessanta. Per la prima volta in molto tempo non suonai con il tutto esaurito. Nonostante in Europa i miei concerti fossero sempre ancora “sold out”, negli Stati Uniti nel 1969 spesso ci esibivamo in locali semivuoti. Per me quello fu un segno…»

Allora Miles Davis si fece coraggio e convinto come sempre delle sue idee, decise che era ora di cambiare e sperimentare qualcosa di nuovo, qualcosa che potesse uscir fuori dai confini del jazz. Questo passaggio richiedeva nuovi musicisti e nuovi strumenti musicali, quindi decise di usare strumenti elettrici ed elettronici.

Questi cambiamenti stravolsero in maniera particolare la musica di Miles, non solo a livello sonoro e stilistico, ma anche e sopratutto a livello di immagine. Clive Davis non volle più che Miles Davis si esibisse nei piccoli e raccolti club della città come aveva sempre fatto, infatti lo incitò e programmò dei concerti in spazi aperti, nei quali la sua musica avrebbe potuto ricevere un numero maggiore di spettatori.

Inoltre anche il suo look cambiò drasticamente, iniziando ad indossare giacche di pelle, dei grandissimi occhiali neri, camicie psichedeliche, insomma un abbigliamento che si avvicinasse in tutto e per tutto ai musicisti rock.

 

Il titolo dell’album ”Bitches Brew” è un complicato gioco di parole. Si fa riferimento all’espressione ”Witches Brew” che significa sia ”posizione magica” che ”calderone delle streghe”. La parola Bitch ha diversi significati e ha un senso dispregiativo verso una donna (cagna, puttana). Un altro significato del verbo bitching può essere di apprezzamento (roba buona). In italiano la traduzione è molto complicata e non lascia cogliere a pieno il significato che Miles Davis voleva dare al disco ”Brodo primordiale” oppure ”brodo di cagne”.

Un altro punto di forza del disco è senza dubbio la sua straordinaria copertina disegnata dall’artista Mati Klarwein. La copertina rappresenta una coppia abbracciata che guarda verso orizzonte, oltre un mare che si fonde con l’oscurità. Probabilmente ciò sta a significare l’evoluzione musicale di Miles Davis.

Bitches Brew è stato registrato in soli tre giorni, dal 19 al 21 Agosto del 1969, nello studio B della Columbia situato nella cinquantesima strada di New York. Miles e il produttore Teo Macero registrarono il disco come se si stesse suonando dal vivo, facendo finta di partecipare ad una lunga ed interminabile Jam Session senza mai fermare il nastro.

La leggenda vuole che questo lavoro sia stato più una forzatura che la Columbia, Teo Macero e Clive Davis hanno voluto imporre a Miles Davis, un progetto che avrebbe venduto numerose copie e avrebbe permesso di mettere molti soldi in cassa.

Miles Davis per questo progetto chiamo in sala registrazioni numerosi musicisti, tutti di grande spessore e con doti tecniche incredibili:

  • due batterie (Jack DeJohnette e Lenny White),
  • due strumenti a percussione (Don Alias, Juma Santos e Airto Moreira),
  • un sassofono (quello soprano di Wayne Shorter),
  • un clarinetto basso (Bennie Maupin),
  • tre pianoforti elettrici (Chick Corea, Joe Zawinul, Larry Young),
  • due bassi (quello acustico di Dave Holland e quello elettrico di Harvey Brooks),
  • la chitarra solista di John McLaughlin.

In fase di post produzione furono aggiunti da Teo Macero molti effetti sonori, che richiamassero ancora di più il linguaggio della musica Rock e che riuscissero a diversificare la musica di Miles Davis.

« Quando cominciai a cambiare così velocemente, molti critici mi stroncarono perché non capivano cosa stessi facendo. Ma i critici non hanno mai avuto molta importanza per me, e continuai per la mia strada, cercando di crescere come musicista. »

Molti critici e musicisti non apprezzarono il lavoro di Miles Davis, considerandolo un venduto e un traditore.

Si dice infatti che Bitches Brew sia stato il disco ad aver venduto più copie nella storia del jazz, addirittura più di Kind Of Blue, ma i puristi di questo genere musicale non vollero mai considerarlo un lavoro da catalogare nella categoria jazz, piuttosto in quella Rock.

Miles inziò a guadagnare moltissimi soldi iniziando ad esibirsi in palcoscenici che mai un musicista jazz aveva cavalcato. Si trovò al fianco di Carlos Santana e la Steve Miller Band, accettando a volte anche ingaggi ridotti pur di esibirsi con loro.

Duke Ellington descrisse Miles Davis come il ”Picasso del Jazz”. Quale descrizione poteva essere più perfetta. Miles Davis era stato l’inventore del Cool Jazz, del Jazz Modale ed adesso con Bitches Brew stava ancora una volta inaugurando un nuovo genere musicale, quello della fusion.

Il batterista e critico jazz Stanley Crouck arrivò a definire Bitches Brew punto di svolta e inizio di una “svendita” commerciale del musicista, definendo l’album pieno di lunghi pezzi senza forma, che non andavano da nessuna parte.

Per realizzare questo lavoro Miles Davis portò in sala registrazione delle parti molto semplici, come già era successo per Kind Of Blue, indicando solamente pochissimi accordi e affidandosi in tutto e per tutto alle sensazioni dei musicisti.

Le composizioni sono di difficile comprensione e hanno bisogno di una grande attenzione e concentrazione per poterne capire il significato. Sono tutte di lunga durata e non seguono uno schema facile e lineare, cambiando spesso ritmo ed armonia.

I brani comprendenti il disco sono:

  • Pharonh’s Dance
  • Bitches Brew
  • Spanish Key
  • John McLaughlin
  • Miles Runs The Voodoo Down
  • Sanctuary

Bitches Brew ha avuto numerosi riconoscimenti, vincendo un Grammy Award nel 1971 come miglior album jazz strumentale e nel 1991 il Grammy Hall Of Fame Awards.

Nel 2003, l’album si è classificato alla posizione numero 94 nella lista dei 500 dischi migliori di sempre redatta dalla rivista Rolling Stones.

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