Fred Hersch – Good Things Happen Slowly

“Quando arrivò il momento di fare dei progetti per l’università, tutti davano per scontato che avrei fatto domanda per uno dei grossi conservatori musicali. Andai nell’ufficio del tutor a Walnut Hills e, mentre scorrevo i depliant della Juilliard e di Oberlin e di Eastman, mi risuonava nella testa il disco di Horowitz alla Carnegie Hall. Pensai: ‘Ma perché lo sto facendo?’.
Non volevo essere un altro Vladimir Horowitz. Horowitz aveva già fatto il suo lavoro piuttosto bene. Io volevo essere Fred Hersch: quello era tutto ciò che sapevo. Solo che non sapevo chi fosse Fred Hersch, né come musicista né come uomo.
Inoltre, non ero pronto a fare domanda per un grosso conservatorio. Avevo in repertorio una sonata di Beethoven e sapevo suonare un po’ di Bach, ma non mi ero mai messo d’impegno per memorizzare una grande ballata o uno scherzo di Chopin. Non solo non avevo la disciplina necessaria: non avevo nemmeno l’interesse. All’epoca mi sentivo in colpa, perché, per un musicista che sapeva suonare bene come sapevo fare io alla mia età, c’erano vecchie e ben consolidate aspettative. Dovevi scegliere un paio di pezzi buoni per far colpo in un’audizione e studiarteli per mesi, finché non li sapevi a menadito, per poi passare il resto della tua vita da pianista classico a fare sempre le stesse cose, sempre quelle. Io non volevo farlo. Allo stesso tempo, non sapevo nemmeno che cos’altro volessi fare. Perciò mi vergognavo e mi sentivo uno scansafatiche, come se mi stessi tirando indietro, e non c’era nessuno in grado di darmi qualche indicazione per farmi sentire meglio.”
(Fred Hersch, dall’autobiografia Good Things Happen Slowly, di prossima pubblicazione)
estratto preso dal profilo di Sergio Pasquandrea.

Precedente Brad Mehldau: Suonando per il pubblico si è rivelata una benedizione Successivo Da dove deriva il nome Sun Ra